11 September 2023 09:30 | Humboldt Carré

Intervento di Zohra Sarabi



Deel Op

Zohra Sarabi

Getuige, Afghanistan
 biografie
Buongiorno. Mi chiamo Zohra Sarabi, ho 18 anni e vengo dall’Afghanistan. Sono arrivata in Italia con i corridoi umanitari della Comunità di Sant’Egidio nel luglio 2022 e da più di un anno vivo a Roma.
 
Non ero ancora nata quando, nel 1996, i talebani hanno conquistato per la prima volta il mio paese. Sono nata durante la Repubblica Islamica, nel 2004 a Kabul, nella capitale.
 
Con la presenza delle forze occidentali la vita è ricominciata, anche se chi viveva nelle regioni lontane dalla capitale era sempre in pericolo per gli attacchi dei talebani. I problemi c’erano, ma almeno c’era la speranza. In questi anni ho avuto la fortuna di poter studiare e soprattutto sognare. Poi il buio è tornato.
 
Il 15 agosto abbiamo ricordato i due anni dalla caduta di Kabul. Voglio raccontarvi il mio 15 agosto.
 
Ero a scuola con i miei compagni, quando i professori ci hanno detto che i talebani stavano avanzando in città. Quello che conoscevamo solo dai racconti diventava realtà anche per noi. Ci hanno detto: andate subito a casa! 
 
Avete conosciuto la vicenda della conquista talebana dai telegiornali, ma la realtà è stata ancora più brutta.
 
In quei giorni tutti volevano fuggire. C’era una gran confusione e tutti cercavano qualcuno in Occidente che potesse aiutarli a uscire dal paese. Dopo la bomba all’aeroporto di Kabul e la caccia a chi aveva collaborato con gli occidentali, è venuto il terrore. La mia vita e quella della mia famiglia erano in pericolo, perché mio padre, prima dell’arrivo dei talebani, lavorava per il ministero della Difesa, era quindi considerato un nemico. Non uscivamo più di casa, eravamo disperati.
 
Qualcuno dice che oggi in Afghanistan c’è più ordine, che il paese è meno pericoloso di prima. Ma per chi? Le donne non solo non possono studiare, ma non possono uscire di casa da sole, senza uomini. Se tuo marito o tuo padre non è presente, non puoi uscire! Se sei donna non puoi nemmeno lavorare per mantenere la famiglia, e la povertà cresce ogni giorno di più.
 
Le ragazze non possono scegliere chi incontrare e non possono avere amici. Conosco tante ragazze che sono state obbligate a sposarsi con i talebani. È un obbligo, anche se sei ancora una bambina.
 
Quando telefono alle mie compagne sento una grande tristezza. Penso a loro e spero che un giorno saranno di nuovo libere, la libertà è tutto.
 
Dato che abbiamo dei parenti in Italia, abbiamo chiesto aiuto a loro per fuggire dal paese, diventato ormai una prigione. I nostri parenti conoscevano da tanti anni Sant’Egidio e abbiamo pensato che forse attraverso la Comunità sarebbe stato possibile arrivare in Italia. Per arrivare in Europa l’unico modo “legale” che esiste oggi per gli afgani è andare all’ambasciata di un paese vicino, ma è molto difficile avere il visto.
 
Sono dovuta partire in fretta, senza mio padre e mia madre. Per mio padre era troppo pericoloso chiedere il passaporto, lo avrebbero riconosciuto. Sono andata in Pakistan con mio fratello e la famiglia di mio zio, ma purtroppo senza la mia famiglia.
 
Mio padre non mi ha chiesto: vuoi andare? Mi ha detto: devi andare! Io ero molto triste, anche lui era triste, ma mi ha voluto salvare.
 
Alcuni in Europa pensano che noi vogliamo solo un futuro migliore, noi non vogliamo un futuro migliore, vogliamo un futuro! Perché oggi in Afghanistan un futuro non c’è.
 
Siamo andati in Pakistan e siamo rimasti tanto tempo ad aspettare. Ci sono milioni di afgani oggi in Pakistan e in Iran, senza soldi, senza lavoro, senza scuola. Aspettano, aspettano che qualcuno li porti via.
 
Per me era difficile vivere senza i miei genitori, mi ero chiusa in me stessa. Fra i profughi si è cominciato a parlare di un corridoio umanitario, e per noi questa notizia è stata un appiglio per ricominciare a guardare al domani. Nel maggio 2022 ho sentito che Sant’Egidio era arrivato a Islamabad e ci voleva intervistare. Ho cominciato a stare meglio, a sperare di nuovo. Abbiamo raccontato le nostre storie e finalmente qualcuno ci ascoltava.
 
Non siamo partiti subito, per partire con i corridoi umanitari ci vogliono tanti documenti e molti controlli. È necessario, perché si parte legalmente con un aereo, e non a piedi con i trafficanti! Però, anche se l’attesa era lunga, non ero disperata perché dentro di me pensavo: qualcuno mi vuole, qualcuno mi sta aspettando.
 
Il 27 luglio siamo partiti con il corridoio umanitario per l’Italia. Sembrava una festa, le persone, quasi tutti giovani e bambini, caricavano i bagagli e salutavano. Mi ricorderò sempre quel giorno. Siamo arrivati in Italia e abbiamo trovato chi ci accoglieva con i fiori. La Comunità ci ha aiutato a fare i documenti e a imparare la lingua. Ora posso parlare e fare amicizia con tutti. L’Italia mi piace molto!
 
Sono andata tante volte anche io ad accogliere a Fiumicino gli afgani che sono arrivati dopo di me con i corridoi umanitari. L’accoglienza fa bene al cuore di chi deve dimenticare la sofferenza, ma anche al cuore di chi accoglie: insieme stiamo costruendo una società migliore.
 
Ora sto facendo il servizio civile, come tanti giovani italiani. Tornata da Berlino comincerò l’università, voglio studiare mediazione culturale e aiutare gli altri emigrati. Questo mi rende felice.
 
Quest’anno le scuole saranno più vuote in Afghanistan perché le bambine e le ragazze non potranno andare a scuola, una nuova legge lo impedisce. Dalle notizie che arrivano sentiamo parlare di violenze continue e molti giovani fuggono con viaggi pericolosissimi, tanti muoiono e tutti vivono nella paura.
 
Infine, vorrei ringraziare per l’opportunità di questa testimonianza sul mio paese davanti a tutti voi, che rappresentate le nazioni e gli stati. Che il mondo non dimentichi l’Afghanistan!
 
Grazie a tutti.
 
 
[Trascrizione dal vivo a cura della redazione santegidio.org]