9 Settembre 2014 09:30 | Auditorium BNP Paribas Fortis

Intervento



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Bagrat Galstanyan

Primate armeno ortodosso, Patriarcato di Etchmiadzin
 biografia

Cari amici, sono onorato di essere qui, fra numerosi illustri rappresentanti, a questo Incontro Internazionale per la Pace, che catalizza un grande ventaglio di pensieri, preoccupazioni, ansietà, per dar voce alle nostre speranze, intuizioni e visioni, per portare la nostra testimonianza e concentrare la nostra preghiera sulla pace perché “la pace è il futuro”, che è stato il desiderio per cui lotta da sempre l’umanità. Siamo venuti insieme qui per farci carico della nostra parte di responsabilità per un mondo migliore come membri della famiglia umana riunita sotto il nostro Padre Celeste, unico ed eterno Dio.

Come sapete, io vengo da un paese che corrisponde alla terra biblica del Monte Ararat dove Dio stabilì la sua alleanza di pace con l’umanità risorta e con tutta la creazione (Gn 9,8-18). Io rappresento una Chiesa la cui storia si identifica spesso con il martirologio, e la contabilità di sofferenze, persecuzioni, migrazioni, genocidi, continue crisi e sconvolgimenti segna quasi tutte le pagine della sua storia centenaria e particolarmente “gli ultimi 100 anni, durante e dopo la prima guerra mondiale”.  Essa ha formato l’identità spirituale della nazione e la sua coscienza etico-morale e il suo sistema di valori attraverso la teologia pratica – la teologia della croce – che fa suoi il sacrificio, la sofferenza, la compassione, la fratellanza, la fede, la speranza e l’amore.  È in quel contesto e con quella consapevolezza che affronterò  il tema della “Solidarietà: parola chiave dei nostri tempi”. 

Se torniamo adesso al nostro mondo contemporaneo, è innegabile che negli ultimi cento anni il mondo è cambiato enormemente. Abbiamo assistito a due guerre mondiali, a rivoluzioni, sconvolgimenti politici, inutili e infinite catene di guerre nel Medioriente e altrove sotto il vessillo della democrazia e dei diritti umani.

Oggi viviamo in un mondo di riduzionismo, relativismo, con accesso a vaste informazioni, di crescenti esigenze mediche, nel quale l’essere umano è soggetto alle leggi del mercato con le sue inevitabili ingiustizie, nel quale il senso del dovere è inferiore ai diritti, e l’esagerata esaltazione dei diritti umani sta diventando una “nuova religione”;

nel quale c'è una tendenza diffusa nei media e nell'industria dell'intrattenimento nel ridurre la persona a un mero oggetto fisico o materiale, offendendo la dignità umana e la responsabilità personale; 

nel quale la persona si può ridurre a un “numero che non ha senso né speranza. Altri hanno già effettuato questa riduzione con la creazione dell’"uomo secolarizzato" che non crede in nulla e infine non si preoccupa di nulla" . 

nel quale la bioetica e le questioni biomediche sono infestate dagli interessi socio-economici, piuttosto che pensati in una prospettiva teologica, morale o spirituale;

nel quale la sensibilità all’ecologia e all’ambiente sono in permanente contrasto con lo sviluppo industriale e gli interessi economici;

nel quale il rapido avanzamento delle tecnologie scientifiche introduce negli spazi più sacri della vita umana la necessità di effettuare scelte urgenti sulle questioni legate all’inizio e alla fine della vita.

Infatti, ci sono stati più cambiamenti negli ultimi 20 anni che negli ultimi 2000 e più anni. Pertanto, è stato giustamente e precisamente affermato che "l'uomo ha promosso il cambiamento in ogni cosa, tranne che in se stesso.”.

La solidarietà è la parola d'ordine per questo incontro, che cercherò di analizzare nel suo senso e contesto biblico e teologico e perché ci richiama all’attualità del tema dei nostri lavori: "La pace è il futuro".

L‘annuncio della nascita di Cristo all’inizio dei Vangeli pone le basi della comprensione dei principi cristiani e dischiude una nuova dimensione nella storia umana: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra, pace agli uomini di buona volontà" (Lc 2,14). Si tratta di una chiamata universale dell'umanità ad un nuovo inizio in cui "non c'è né Ebreo né Greco, non c'è né schiavo né libero, non c'è né maschio né femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù". (Gal 3: 28-29). Nella lunga storia della salvezza, nel suo rapporto con la Sua creazione Dio ha attivamente cercato di restituire all'umanità corrotta il suo posto, per farla tornare alla sua vocazione di signoria sul creato e dominare su di esso (Gen 1,28).  Dio stesso nella sua ontologica esistenza superiore, come Trinità, come comunità di tre persone distinte, come una "comunità di ousia", rappresenta un perfetto esempio di solidarietà, armonia e pace, che è la fonte principale della teologia e dell'etica cristiana. Non c'è separazione, subordinazione e confusione, ma una unità totale nella relazione, come uno e molti allo stesso tempo, uniti in un rapporto reciproco attraverso l'amore. Come possiamo vedere, questo carattere trinitario dell’esistenza è cruciale nel definire la persona umana, la sua caratterizzazione e la sua natura come un essere comunitario. Perciò dal momento che gli esseri umani sono creati a Sua ”immagine e somiglianza” (Gen 1,26), sul piano esistenziale ciò richiede una nuova forma di esistenza della comunità, un modo di essere che ci chiama a vivere, lavorare e rendere culto all’interno della realtà divina con responsabilità e secondo certi criteri etici, e che genera una specifica autocomprensione ed uno specifico modo di vivere. Ciò configura la vita cristiana comunitaria come una peculiare vocazione e missione contraria all’enfatizzazione dell’individualismo e dei diritti individuali tipica del mondo moderno – come una comunità di persone in un contesto organico di relazioni. Questa realtà esistenziale è incarnata nella proclamazione giovannea dell’unità e unicità ideale della Trinità, come un’eterna comunità nell’amore e nella libertà: “Io in loro e Tu in Me, perché siano perfetti nell’unità, e il mondo riconosca che Tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (Gv 17,23). È la relazione dinamica di Dio col suo popolo e l’impegnativa preparazione dell’umanità decaduta alla suprema rivelazione di Dio attraverso l’Incarnazione del Figlio di Dio per guarire e riconciliare l’umanità lacerata nella Sua intima, originaria e naturale compagnia.

Il principio di questa nuova umanità è quell’atto libero, d’amore e di donazione di se stesso di Cristo a favore degli altri, essere-insieme-reciprocamente, lavorare per il prossimo, preghiera di intercessione, e infine il mutuo perdono dei peccati nel nome di Dio. Quindi, la comunità degli esseri umani, riceve non una situazione statica ma un carattere dinamico e in via di trasformazione, in cui chi ne prende parte vive la vita dell’amore, della fede, della speranza, in libertà e gioia, sentendo la presenza di Dio e presentandola al mondo ed essendo al servizio di chiunque, nella totalità e nella solidarietà, cioè, essendo Cristo l’uno per l’altro, rinunciando a se stessi, attraverso la discepolanza attiva, non esclusivamente per il perdono dei peccati ma per il rinnovamento della vita e per la salvezza eterna nel Regno dei Cieli. (Gal. 5,6). Perciò, il compito principale di questa comunità è fare del regno una realtà nel mondo, che non è una condizione passiva e un rifiuto o una fuga dal mondo, ma piuttosto la sua trasformazione; non un cambiamento di posto ma un cambiamento di esistenza. La Verità Incarnata offre al mondo, all’umanità, senza alcuna distinzione, un’altissima ricompensa per gli operatori di pace: “Beati sono gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9). Ma di che tipo di pacificazione o di pace Egli parla? Esaminiamo le nostre vite, cos’è ciò che tutti noi desideriamo, per cui ci sforziamo e combattiamo? Le nazioni e gli Stati combattono per fare la pace; chiedono giustizia e libertà per vivere o coesistere pacificamente, la gente spende la propria salute e l’intera esistenza per ottenere pace e sicurezza. E in tutto questo folle combattere e lottare per l’esistenza noi creiamo più devastazione e rivolgimenti che pace e armonia. È esattamente per questa ragione che Gesù nelle ultime ore della sua vita terrena richiama e invita l’umanità ad accogliere un evento che non è influenzato dalle interpretazioni umane ma che piuttosto modella una nuova percezione ed instilla speranza nel mondo: “Vi lascio la pace. Vi do la mia pace; non come la dà il mondo io la do a voi”. (Gv 14,27).

 

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Quando parliamo della necessità e dell’importanza della solidarietà, spesso la interpretiamo male e la identifichiamo con l’adeguarsi, o con una nebulosa compassione e un’ingannevole preoccupazione per le miserie della gente. Spesso parliamo piuttosto di lavorare nell’impegno per il bene comune e di sentirci realmente responsabili di tutti. Resta la domanda, come affrontiamo e comprendiamo il mondo di oggi con le sue tremende sfide, le sue dialettiche, i suoi conflitti e ostilità sia a livello personale che collettivo? Nel tentativo di rispondere a questa domanda il nostro ultimo Patriarca Garegin I, circa 17 anni fa, all’Assemblea Ecumenica Europea a Graz disse: “Ci rendiamo tutti conto che gli eventi, le tendenze, i movimenti, in così tanti casi di natura e dimensione rivoluzionaria, delle strutture politiche, della cultura umana, delle ideologie, dei sistemi economici, delle concezioni etiche, dei codici morali si sono succeduti gli uni agli altri così rapidamente che l’umano processo di riflessione logica e l’esperienza di vita non sono riusciti a digerirli completamente. E in maniera più ampia, questa grossa indigestione è il nostro problema di oggi”.  Più parliamo di pace, di armonia, e di solidarietà più la situazione peggiora, il mondo diventa più ferito e la sofferenza si trasforma in un luogo comune. La domanda è quale rimedio noi, gli unici che sembriamo conoscere e capire il piano di Dio e “facciamo teologia”, offriamo per guarire il nostro mondo, per farne un posto dove la verità e la giustizia sempre potranno prevalere per il bene di tutti, e dare spazio alla solidarietà, all’apertura gli uni verso gli altri e al servizio di tutti. Dobbiamo passare dalla semplice affermazione dei nostri pensieri al reale impegno per la solidarietà umana e la mutua comprensione, per compiere la nostra parte di dovere sociale. È vero che le nazioni stanno diventando sempre più interdipendenti e che il mondo si sta rapidamente muovendo verso la creazione di una “comunità globale” oscura e superficiale. L’uniformità o il monoculturalismo sono in profonda contraddizione con l’ideale di solidarietà e d’altra parte la diversità non necessariamente implica divisione o confusione. La formulazione perfetta per capire il valore fondamentale della solidarietà è data da sant’Agostino, ed è stata leggermente modificata e ripresa nella nostra tradizione spirituale armena da uno dei patriarchi armeni del XII secolo San Nerses il Pieno di Grazia nel mezzo di controversie dottrinali. “Unità nelle questioni importanti, Libertà nelle secondarie e Amore in ogni cosa”.  Questo principio fondamentale è stato il cuore del cristianesimo armeno e l’esistenziale modo di vivere della nostra gente, che è stata capace di navigare e, nonostante tutti i tipi di ostilità politiche o religiose affrontate, di superare le sfide più distruttive della vita. In modo particolare l’inizio del XX secolo è stato deturpato dall’atto più disumano delle atrocità contro gli Armeni. Quasi 100 anni sono trascorsi ma la comunità internazionale è ancora esitante a riconoscerlo come un genocidio, come un crimine non solo contro una nazione particolare ma un crimine contro l’umanità. Sfortunatamente gli interessi politici, i doppi standard e la moralità convenzionale pesano di più della verità e della giustizia, nel senso che usualmente viene “deciso quali persone godono dei diritti umani e a quali persone essi dovrebbero per definizione essere negati”.   “Come chiese, noi dobbiamo denunciare i crimini che continuano sotto gli occhi del mondo oggi. E noi dobbiamo parlare con forza a favore di una dottrina universale dei diritti umani: sia che si tratti della lotta per la vita stessa in Siria e in Egitto; sia che si tratti di una battaglia per il diritto all’autodeterminazione di un popolo libero nella Repubblica del Nagorno-Karabakh. Noi dobbiamo affermare, ad una voce sola, che la violazione di questi diritti di base non sarà tollerata in nessuna parte del mondo; perché senza una base di giustizia e di diritti umani, quella pace che cerchiamo sarà solo temporanea e fluttuante”. 

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Nel mondo di oggi la solidarietà, la pace e l’armonia stanno diventando sempre più un imperativo di assoluta necessità. Come chiese e religioni siamo chiamati a un rinnovamento e a una riscoperta, per rendere la nostra presenza rilevante nella società, per offrire speranza e generare coesione e concordia nel mondo, che necessita di nutrimento morale e spirituale.  

Infine vorrei concludere con le parole di Garegin I, di beata memoria: “La nostra credibilità sarà misurata non dall’eloquenza delle nostre parole ma dalla qualità e dal potere della nostra vita – una vita di riconciliazione, una vita per la riconciliazione”.