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Marco Gnavi

Comunità di Sant’Egidio, Italia
 biografia
Cari amici, siamo raccolti insieme per confrontarci e confermarci nella nostra ricerca della pace a partire da un paradosso e da una contraddizione. Come donne e uomini religiosi, nella nostra differenza, convergiamo insieme con una convinzione: la preghiera è una "forza debole" ed è la radice della pace. Ma forza e debolezza non sono forse termini antitetici? Le politiche dettate dalla paura e dalla rabbia, i disegni di potenza, la cultura pervasiva di questo nostro tempo non potrebbero rimproverarci ingenuità e assenza di realismo? Non siamo tutti condannati a convivere con i conflitti crescenti e contagiosi? E non sarebbe opportuno difenderci da essi con un accresciuto ricorso alle armi, all'edificazione di muri, rafforzando distanze protettive gli uni dagli altri? L'Arcivescovo di Bologna, Mons. Matteo Zuppi, ha richiamato Paolo VI, quando a pochi anni dopo la fine della II guerra mondiale si diceva convinto fosse necessario essere "mai più gli uni contro gli altri o senza gli altri" perché "l'umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all'umanità". La preghiera di ciascuna comunità di fede e la preghiera che accompagna e sostiene questo nostro movimento di pace nello spirito di Assisi, non è "disincanto", ma è scrutare il presente e il futuro, ricordando il "sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine". Nella sessione inaugurale abbiamo ascoltato il messaggio di papa Francesco che ci invitava a elaborare insieme "memorie di comunione che risanino le ferite della storia", perché è urgente "tessere trame di pacifica convivenza" per l'avvenire. Ha ragione: non possiamo sottrarci alla nostra responsabilità di credenti, e in questo villaggio globale non possiamo non costruire ponti, in nome di colui che non si stanca di congiungere cielo e terra ". Credo che la distanza che separa il cielo e la terra sia spesso pari a quella che separa i popoli o i credenti, quando sono preda della violenza e si infliggono vicendevolmente ferite mortali.  Come invocare la pace allora, cercando lo sguardo dell'Altissimo? 
 
Una delle tavole rotonde portava il titolo: "i bambini chiedono pace". Forse dovremmo avere il loro sguardo per trovare slancio interiore e saggezza per gridare a noi stessi la ribellione alla violenza, ai suoi germi, al contagio del conflitto. Dio ci ha creati per la vita. I piccoli chiedono vita. Tutti i piccoli, i nostri figli e i figli dei nemici e dei presunti nemici. Sono essi stessi una preghiera vivente che ci rimanda alla responsabilità personale e comune di farci carico del loro destino e della loro salvezza. Papa Francesco, nel suo messaggio ha affermato: "Non possiamo sottrarci alla nostra responsabilità di credenti, chiamati, a maggior ragione nell'odierno villaggio globale, ad avere a cuore il bene di tutti e non accontentarsi del proprio stare in pace. Le religioni, se non perseguono la pace smentiscono se stesse". E proseguiva: "Siamo chiamati a liberarci dai pesanti fardelli della diffidenza, dei fondamentalismi e dell'odio". 
 
Sì, liberarsi della diffidenza, dei fondamentalismi e dell'odio, che cingono d'assedio i piccoli, le città, i cuori e le menti...Ricordo nel 2012, la preghiera per la pace a Sarajevo, voluta congiuntamente dal Card. Pulic e dal Patriarca ortodosso serbo Irenei. I cimiteri che rivestono le colline intorno, anche in tempo di ritrovata pace, sono un monumento dolente che vede sepolti gli uni accanto agli altri serbi, croati, bosniaci, cristiani, musulmani, ebrei, uccisi da una guerra fratricida. Fu un segno di speranza e di guarigione.  L'empatia di Dio per i suoi figli disarma i cuori e aiuta a vivere, lo dico da cristiano, la sfida dell'amore paradossale per il nemico. Ortodossi, cattolici, anglicani, protestanti, cercarono l’anima comune mentre si recitava l'antica invocazione dell'Ufficio bizantino: "Ti preghiamo Dio buono, non solo per noi e per il nostro popolo, ma per tutte le nazioni del mondo, nelle quali a causa delle molte iniquità, la fiamma dell'amore si è spenta, e si è acceso il fuoco dell'odio...Tu che hai guarito i lebbrosi, guarisci dalla lebbra dell'odio e della violenza, tu che hai aperto gli occhi al cieco, apri gli occhi dello spirito degli uomini perché riconoscano ogni altro uomo come fratello e non come nemico. L'amore è più forte della morte e dell'inferno e attraverso di esso gli uomini sono condotti alla vita eterna. Amen". Contemporaneamente, i musulmani raccolti nella moschea, gli ebrei nell'antica sinagoga, i buddisti e gli amici delle religioni asiatiche nei luoghi che gli erano propri, hanno elevato, secondo la saggezza spirituale delle loro tradizioni e libri sacri, un'invocazione sinfonica di pace per il bene di tutti. 
 
La preghiera quindi è empatia di Dio che contagia uomini e donne, nell'amore per tutti. Il rabbino Sirat, compagno di viaggio per tanti anni, diceva che Dio dall'alto vede la terra, e che proprio per questo la terra è più vicina al cielo, perché il suo sguardo l'abbraccia interamente. La preghiera disarma i cuori, le menti, ci restituisce il volto dell'altro, non più deformato dalla distanza e dalla diffidenza. E restaura o provoca "la memoria di comunione" auspicata da Papa Francesco. Ci spinge oltre noi stessi, verso l'alto e verso l'altro. Così, se posso citare S.Egidio, ovunque la comunità è presente, quando prega per la pace ricorda tutti i paesi e le regioni del mondo in conflitto, come in una litania di dolori e di speranze, accendendo per ciascuno una luce di resurrezione. La preghiera si fa linguaggio, cultura, segno. È potente come la luce che spezza le tenebre. 
 
È una forza disarmante. Nutre un cuore credente e lo trasforma. Può portare frutti insperati e sorprendenti, è un ponte sopra l'abisso, e per questo è umilmente audace. Aiuta a scegliere la pace, ma allo stesso tempo è esposta alla potenza del male e può essere soffocata facilmente. Tuttavia chi prega, o cerca di pregare, entra in dialogo con colui al quale tutto è possibile. 
 
Andrea Riccardi ci ha ricordato come "In questi anni, lo Spirito di Assisi, controcorrente, ha puntualmente chiamato a incontrarsi, ha smascherato il fanatismo, affermando che la guerra nel nome della religione è guerra alla religione. Lo Spirito di Assisi chiama ad uscire dalle mura. Serve in questo mondo bellicoso? Un mondo, in cui gli scontri verbali pongono le premesse di antagonismi reali, in cui si caricano gli arsenali, si tengono discorsi minacciosi. Non c’è più egemonia che tenga insieme un mondo frammentario e complesso. La governance mondiale è lontana". Così "c’è bisogno di una visione globale ed ecumenica per vivere, respirare, fare pace e stare in pace: è la coscienza che tutti –donne e uomini, popoli- formiamo un’unica umanità. Le religioni, in questo mondo spaventato, diviso e arrabbiato, sono un soffio sereno che alimenta la coscienza del destino comune tra i popoli. Insegnano che gli uomini compiono un grande viaggio verso un destino comune. Lo dicono in tanti modi e diverse lingue spirituali. E’ coscienza basilare, semplice come il pane e necessaria come l’acqua, solida e rasserenante". 
 
A questo proposito, solo in Dio e con Dio, è possibile vivere ciò che umanamente sembrerebbe impossibile, compiendo scelte audaci di amore. Un caro amico, il pastore valdese Paolo Ricca, invitato a predicare a S. Maria in Trastevere, pochi giorni fa, con parole vibranti ricordava così la forza interiore di una grande uomo di pace e riconciliazione, quale fu Nelson Mandela.  "Grande protagonista della lotta contro la segregazione razziale, l'apartheid, eccetera. In Sudafrica, dopo 27 anni di galera, viene liberato. E nel giorno della sua liberazione, lui pronuncia queste parole: «Mentre uscivo verso il cancello che mi conduceva alla libertà, capii che se non avessi lasciato dietro di me amarezza e odio sarei rimasto sempre in prigione». Perchè non c'è solo la prigione fatta di mura, di cemento, di inferriate, di catene: c'è anche una prigione invisibile, e l'odio è appunto una prigione invisibile. E Mandela capisce, uscendo dal carcere di cemento verso la libertà, che sarebbe stato veramente libero solo se fosse uscito anche dall’altra prigione, dalla prigione invisibile, dalla prigione dell’odio.
 
Cosa vuol dire uscire dalla prigione dell’odio? Vuol dire aprirsi all’incontro, vuol dire voler costruire un rapporto nuovo, un rapporto positivo, un rapporto riparativo. Vuol dire aprirsi al perdono e alla riconciliazione, perché perdonare – è stato detto molto bene – perdonare è liberare il prigioniero e scoprire che il prigioniero sei tu (Lewis B. Smedes)".
 
Infine, la preghiera abbassa i superbi e innalza gli umili. Così i poveri in spirito divengono maestri perché si affidano e credono a una forza potente che non si poggia sull'autosufficienza, ma al contrario sull'abbraccio di Dio e dei fratelli. Sino a divenire protagonisti audaci di bene. Vorrei citare Giulio, parte del movimento degli amici della comunità di Sant'Egidio, che raccoglie persone con fragilità fisiche e mentali. Ha scritto: "nel mondo ci sono tante tempeste come la guerra. Io con la preghiera posso aiutare Gesù. Con la preghiera possiamo aiutare tante persone". Aiutiamo, con Giulio, il sogno di Dio, rivestendo la nostra debolezza della sua forza di amore, a cominciare dalla preghiera.